Matematica in riva a Po e Spagnolo in «dad» (con premio di mille euro)

[di Silvana Mossano]

Matematica in riva a Po e Spagnolo in «dad» (con premio di mille euro)

Per la lezione in presenza non c’è problema di distanze: l’«aula» si dilata a necessità. Né occorrono i dileggiati banchi con le rotelle e relative seggiole, perché gli studenti siedono disinvolti a gambe incrociate sull’erba, regolarmente discostati un metro l’uno dall’altro. La luce, chiara e limpida, riflette bagliori argentei sull’acqua che scorre lenta nel suo letto maestoso. Le restanti pareti assicurano un salubre ricircolo d’aria. La voce del prof di matematica e fisica Marco Porta incide netta il sottofondo delle fronde dei pioppi e degli arbusti, del frullare d’ali e del verso stridulo di qualche uccello di passaggio. Manca la «lim», la lavagna elettronica multimediale che ha scansato il vecchio pannello di ardesia (autentica o artificiale) mandando in soffitta i polverosi gessetti. Ma, nella salutare aula sulla riva del Po, l’insegnante del liceo Balbo ha piazzato un cavalletto con grandi fogli bianchi e li riempie di numeri e formule. E fa lezione (così come, in precedenza, già sotto il porticato del chiostro di Palazzo Langosco), con grande attenzione dei suoi alunni, indifferenti alle urla dei bambini, al passo ritmico degli atleti di corsa, alle voci dei ciclisti in mountain bike.
Il covid, con tutta la «malura» che ha riversato sul mondo, ha anche costretto a riflettere in positivo. E ha imposto modi nuovi di fare scuola. Per esempio così, all’aperto. Anche altri colleghi del prof di matematica, quelli di educazione fisica, sfidando rigide temperature, hanno spronato i ragazzi in tuta a correre con felpe pesanti lungo la pista ciclabile del Ronzone e a svolgere esercizi a corpo libero sull’erba ancora addormentata di una stagione lenta al risveglio.
Non di meno, tuttavia, si è imposto il percorso inverso, dall’aperto al chiuso: per i più, nello schermo del computer si è concentrato obbligatoriamente il perimetro dell’aula scolastica. La «Dad», nomignolo quasi vezzeggiativo che è sintesi di «didattica a distanza», è dilagata giocoforza, a partire dalle scuole materne (nei periodi in cui anche i più piccoli sono stati «blindati») fino alle superiori, con maggiore assiduità.
Invero, la didattica digitale non è stata invenzione inedita della primavera 2020, anno della comparsa funesta e improvvisa del covid. Ci si preparava da anni e alcuni insegnanti la studiavano, con corsi di aggiornamento, e la sperimentavano, ma c’era più spazio per la libera scelta: o il metodo tradizionale o quello più innovativo.
La pandemia ho tolto di mezzo le incertezze anche dei più titubanti.
Per alcuni, come l’insegnante di Spagnolo Marta Sanna, è stata la prova sul campo di una convinta formazione già perseguita da tempo. Il risultato, sul finire dell’anno scolastico 2020/2021, è stato incoraggiante: i suoi allievi, ventidue ragazzi della terza B del liceo Linguistico Balbo Lanza, si sono aggiudicati il primo posto alla fase provinciale del Premio Scuola Digitale, indetto dal ministero dell’Istruzione. «Mille euro che, con il preside, concorderemo come investire in materiale didattico» spiega la professoressa Sanna.
«Il digitale – chiarisce – non è un mostro, i social non sono mostri se vengono usati per imparare non solo cose futili. I ragazzi, che conoscono molto bene le potenzialità di questi strumenti, spesso sono reticenti a usarli in modo creativo». La professoressa Sanna è convinta che «il metodo digitale per lo studio delle lingue straniere offra moltissime opportunità». Anzi, a suo parere, «il digitale non integra più il metodo tradizionale, ma diventa prevalente nella didattica a distanza». Il covid ha messo urgenza a un processo in gestazione. «E tutti abbiamo di colpo dovuto crescere».
L’insegnante non si è persa d’animo e ha messo a frutto quel che aveva appreso in diversi corsi di aggiornamento anche in Spagna: «Praticamente, quest’anno ho svolto l’intero programma di lingua e di storia della letteratura spagnola in digitale». Il risultato non è stato soltanto il premio provinciale con la possibilità di accedere ora alla fase più elevata, ma anche la verifica che il metodo funziona.
Creare e mantenere una tensione viva dei ragazzi davanti a uno schermo è impresa ciclopica. Guai a chi dice che gli insegnanti se la son passata bene stando a casa nel lockdown: soltanto una spiccata vocazione educativa (per chi ce l’ha e ci crede) li ha tenuti saldi in un impegno nuovo e creativo quanto defatigante e talora frustrante. «I ragazzi si “spengono” davanti a un video: ci vuole uno sforzo enorme per affascinarli e motivarli».
La professoressa Sanna ha cercato e ha trovato in un pozzo il gancio per arpionare l’attenzione dei suoi alunni. E loro si sono lasciati agganciare con entusiasmo crescente.
Dal pozzo esce la storia. L’insegnante lancia una sfida e propone l’incipit di un racconto dello scrittore spagnolo Luis Mateo Diez: «Mio fratello Alberto cadde nel pozzo quando aveva cinque anni. Fu una di quelle tragedie familiari che possono lenire solo il tempo e la presenza di una famiglia numerosa. Vent’anni dopo, un giorno mio fratello Eloy attinse acqua da quel pozzo cui nessuno si era più affacciato. Nel secchio trovò una bottiglietta con dentro un foglio di carta. “Questo è un mondo come un altro”, diceva il messaggio». Marta Sanna apporta qualche modifica, soprattutto all’età dei personaggi, per avvicinarla di più a quella giovanile dei suoi allievi, e poi li stimola: «Che succede da qui in poi?». I ragazzi hanno espresso punti di vista diversi, ognuno si è fatto carico di un personaggio, è nata una sorta di «famiglia narrativa» che, attraverso interviste, video, immagini, podcast, ha sviluppato una storia raccontata sul blog https://mividaenelpozo.blogspot.com/?m=1, con finale aperto.
«Questo ha consentito anche numerosi collegamenti interdisciplinari di letteratura (dal Decameron a Dante e molti altri), di storia e anche di conoscenze fondamentali per imparare a usare correttamente internet, ad esempio i limiti della privacy e dell’uso delle fotografie, sconfinando nel marketing con la partecipazione di esperti» spiega l’insegnante che, attraverso una particolare griglia, è stata in grado, via via, di valutare didatticamente il livello di preparazione e di impegno degli allievi, oltre che della forte partecipazione attiva che il progetto ha sollecitato.
Il premio ha riconosciuto lo sforzo e, più in generale, ha posto il suggello al metodo digitale. Ora la domanda: è destinato a surclassare quello tradizionale?
Il percorso digitale era segnato, i lockdown da pandemia ne hanno solo imposto l’accelerazione. Al momento, tuttavia, non ha surclassato la forma di comunicazione tradizionale. Nell’anno-covid, si è registrato – dati divulgati nei giorni scorsi – un incremento del 27% di vendite di libri. Quelli fatti di pagine scritte, per intenderci.
La strada è lunga, e comunque non torna indietro. Avanti, dunque, un passo dopo l’altro, senza scartare nulla con pregiudizio, purché, a fondamento del metodo, quale che sia – pagine scritte su carta o interconnesse su video -, non manchi l’esercizio all’approfondimento interiore e critico (e, perché no?, a una buona forma di scrittura) che vada oltre l’acritico e posticcio magazzino mentale delle nozioni e delle immagini, facilmente manipolabile.

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