Mancini e Filippi: due addii

entrambi i ricordi sono di Silvana Mossano

Addio a Paolo Filippi, due volte Presidente della Provincia di Alessandria, papà di Martina (4B Liceo Linguistico)

Paolo Filippi aveva cominciato a interessarsi di politica nella scuderia della Dc. «Fui io a presentarlo» ricorda Carlo Baviera. Nato a settembre 1962, ha cominciato «con i calzoni corti» come lui stesso ricordava, «a portare in giro volantini e manifesti quando c’erano le elezioni e ad ascoltare in silenzio quando parlavano i più vecchi». Laureato in Giurisprudenza, a Casale tra il 1986 e il 1995 è stato consigliere comunale e assessore. Poi il salto in Provincia, eletto presidente, come rappresentante della coalizione di centrosinistra, per la prima volta nel 2004 sconfiggendo Ugo Cavallera. In corso Manacorda a Casale, dove c’era la sede che era stata della Dc, e poi del Ppi e della Margherita, era arrivato in piena notte già con il risultato della vittoria. Le luci erano accese, c’era confusione, euforia, chi faceva parte della compagine vittoriosa non aveva voglia di andare a dormire. Accanto a Filippi la moglie Emanuela. «Sei contenta?». Lei aveva un sorriso immenso. Rispose raggiante: «Tanto!». Nel 2009 era stato ricandidato dal centrosinistra e aveva rivinto al ballottaggio contro Franco Stradella. Ma, prima di questo decennio, era stato in giunta provinciale come assessore di Fabrizio Palenzona. In quel tempo, si verificò l’alluvione del Duemila. Filippi un po’ si era fatto le ossa da assessore comunale nella sua città in quella del 1994 che aveva picchiato più duro su Alessandria, ma anche nel Casalese aveva fatto danni seri. Sei anni dopo, con la delega provinciale ai Lavori pubblici, andò nelle terre colpite dalla piena, soprattutto nel suo Monferrato casalese. Fu lui a far levare in volo il primo elicottero per andare a cercare contatti nelle aree isolate dall’acqua e dai collegamenti saltati. E sempre lui riuscì, con i suoi tecnici, a mettere in moto pratiche, progetti e lavori che consentirono di bloccare le bizze del torrente Stura che più e più volte aveva messo KO Balzola e molte altre terre.
Abile mediatore, ironico e moderato nello stile, tifoso del Milan al pari di quanto era anti-tifoso della Juve, appassionatissimo della Junior Basket, era anche sensibile all’arte gastronomica e, a questo filone, aveva dedicato pure interessi professionali.
Politicamente, a settembre 2019 aveva lasciato il Pd, di cui era stato segretario, per passare a Italia Viva.
Il cuore gli si è squarciato, inaspettatamente stamattina, giorno di Pasqua, intorno alle 6, mentre era a casa della madre. Con il fratello Giovanni si dividevano l’assistenza alla mamma anziana. Davanti a lei, davanti ai suoi occhi lucidi, presenti e impotenti, si è consumata la tragedia.
«Avevamo deciso di fare Pasqua insieme, con le nostre mamme anziane» racconta la moglie. Era stato programmato tutto con cura: il menù, gli orari, gli spostamenti in regola e ogni precauzione. «Eravamo così sereni» mormora Emanuela, con la fatica di pronunciare irrimediabilmente il verbo al passato.
«Sabato, Paolo era qui a San Maurizio, stava bene, era contento, cantava persino…». Alle 7 di domenica, oggi, squilla il telefono da Casale: «Manu, lo zio Paolo non sta bene». Forse ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male? «Il tempo di fare la strada da San Maurizio, insieme a Martina (la figlia minore, la maggiore è Ilaria, ndr): quando siamo arrivate, c’era l’ambulanza ferma, ho visto il medico… stava già redigendo il certificato di morte… E ho capito».
A Filippi era toccato, negli anni, piangere e ricordare compagni di viaggio di molte avventure politiche: Paolo Ferraris, Riccardo Coppo, Salvatore Sanzone, Angelo Muzio, Mario Oddone, Gianni Cardillo, Beppe Filiberti, Giancarlo Caldone, Claudio Simonelli e molti altri.
Ora la sala consigliare di Palazzo San Giorgio, a Casale, che lo ha visto impegnato tanti giorni e tante notti, una sigaretta via l’altra, si apre a ospitarne la salma nella camera ardente che il sindaco Federico Riboldi ha dato disposizione di allestire domani, lunedì 5 aprile, a partire dalle 10. Martedì, dalle 10 alle 13, la camera ardente sarà ad Alessandria, a Palazzo Ghilini, sede della Provincia.
«Eravamo così sereni» ripete Emanuela, come a voler riagganciare quegli attimi. «Sabato pomeriggio, chiacchierando, eravamo finiti ad accennare alla politica, alla lunga militanza, all’alternarsi, negli anni, di alti e bassi, “ma – lui mi ha detto, proprio ieri me l’ha detto, – io ti devo ringraziare Manu, perché con te le battaglie le ho sempre vinte tutte”».
Il funerale è atteso per martedì
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Cerimonia per i 150 anni del Classico

In una delle tante occasioni al BALBO

 

Addio al dottor Mancini, tra i pionieri della lotta all’amianto

Aveva 68 anni

Addio al dottor Mancini, tra i pionieri della lotta all'amianto

NOVARA – Si è spento oggi a Novara, in ospedale, il dottor Angelo Mancini. Il medico, specialista in medicina del lavoro, era stato tra i principali attori della prima ora nella lotta all’amianto del Casalese, in particolare dal punto di vista della bonifica. Aveva ideato protocolli fondamentali soprattutto per la trattazione del polverino. 

Mancini, che aveva 68 anni, era stato responsabile dello Spresal ma anche consulente del pool di Guariniello al maxiprocesso Eternit. 

Lo ricorda così Bruno Pesce, storico sindacalista e anima dell’Afeva, l’associazione dei famigliari delle vittime dell’amianto: «L’ho conosciuto negli anni 80, era un autentico riferimento. Posso dire che nella lotta all’amianto ci abbia messo spesso del suo, non si risparmiava e in quegli anni eravamo in pochi. Ricordo come si oppose fermamente all’ipotesi di acquisto di Eternit France, come noi avevamo detto no come Camera del Lavoro. Aveva posizioni di assoluto rigore ma era molto sensibile. Ho potuto apprezzarlo nel parecchio tempo impiegato insieme, in mille incontri e occasioni».

[da IL PICCOLO]

Angelo Mancini, specializzato in Medicina del lavoro, è stato presente fin dagli albori nella lotta all’amianto con colleghi medici, sindacalisti e politici. Ognuno aveva un proprio compito, Mancini, responsabile della struttura di Igiene e Sanità pubblica, si fece carico delle bonifiche. E inventò anche come farle, perché Casale, suo malgrado, ha fatto scuola in questa battaglia non ancora finita. Mancini è stato tra quelli che per primi hanno costruito la trincea, perché l’avevano capito bene quanto fosse micidiale la fibra e criminale la sua incontrollata diffusione. E’ stato tra coloro che hanno studiato, con il sindaco Riccardo Coppo, il testo dell’ordinanza che, prima in Italia, vietava l’uso di amianto nel territorio del comune di Casale. Fu incaricato di redigere progetti di bonifica, partecipò a convegni, conferenze e prese parte alla prima Commissione nazionale amianto nel 1997. Da Casale era partito con la delegazione composta da Bruno Pesce, Nicola Pondrano, Bruno Castagneto, Daniela Degiovanni per portare a Roma «l’esempio di questa città laboratorio», scrissero i giornali dell’epoca. E’ stato dirigente dello Spresal e primo direttore del Centro Regionale Amianto. Il pm Guariniello lo aveva voluto nello staff di consulenti del maxiprocesso Eternit e, anche quando quelle pagine giudiziarie si conclusero, tornò, con altri colleghi a sedersi dietro i pubblici ministeri nel nuovo filone del cosiddetto Eternit Bis, in cui l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny è accusato di omicidio (il processo in Assise dovrebbe cominciare a giugno).
Mai animato da livore, la sua arma erano i dati, frutto di controlli e verifiche puntuali. E, tra controlli e verifiche, Mancini, quando è stato necessario, è intervenuto a gamba tesa, senza tentennamenti. Come accadde nella tarda primavera del 1994. Una porzione dello stabilimento in via Oggero, quella cosiddetta «della plastica», era stata ceduta a privati nell’ambito della procedura fallimentare. Chi l’aveva acquistata si era impegnato a bonificarla prima di assegnarla a qualsiasi nuova destinazione. Ma in che modo veniva fatta la bonifica? Un giorno, un ex dipendente Eternit, passando di lì, aveva notato qualcosa di sospetto e aveva avvertito il Servizio di Igiene e Sanità pubblica. Mancini, sceriffo con la stella del rigore e senza pistola, aveva usato l’arma della legge per bloccare il cantiere seduta stante, mettendolo sotto sequestro. Non erano mancate pressioni e polemiche, ma lui, solo dopo aver controllato, in modo rigoroso, settimana dopo settimana, il ripristino e la messa in sicurezza, aveva concesso il via libera per riprendere l’attività, peraltro controllata a vista.
E quando, nei sottotetti e nei cortili e nei campetti di calcio e degli oratori, fu scoperto il venefico polverino, dovette predisporre il modo per rimuoverlo senza danni mortali. «Non c’era scritto da nessuna parte come fare – confidò un giorno -, perché questa roba l’abbiamo trovata per primi qui a Casale». Questo scarto di produzione, micidiale, fu utilizzato ampiamente come coibentante nei sottotetti o come livellante. Adesso, ovunque il poverino venga alla luce, per bonificarlo in sicurezza si usa il «metodo Mancini», via via affinato con l’esperienza.

Quando venne a parlare al BALBO

 

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