“Essere Venezia”

un “Ultimo banco” di Alessandro D’Avenia del 18 novembre 2019

Perché Venezia è la città più bella (dire del mondo è fuorviante perché a nulla al mondo è paragonabile)? Lo ha spiegato il nobel Josip Brodskij nel più bel libro mai scritto sulla città: Fondamenta degli incurabili. Venezia è la più bella perché conferisce all’acqua, che dello scorrere del tempo è la traduzione fisica, ciò che il suo inarrestabile fluire di per sé non ha: la bellezza. E come ci riesce? Come uno dei suoi maestri vetrai, soffiando mare e cielo tra palazzi di marmo e case di mattoni, tra tortuose calli e piazze inattese, tra ponti merlettati e moli incrostati d’alghe, fino a modellarli in una brocca di luce e colori, che versa l’infinito nell’anima – bicchiere o pozzo che sia – di chi la percorre. Chi cammina a Venezia non visita Venezia, ma diventa Venezia. La sua bellezza non si può meritare, non si deve esser all’altezza perché è lei a darci l’altezza. La bellezza è un dono, e un dono, per chi sa ricevere, è anche un perdono: un nodo dentro di noi si scioglie perché, per quanto la nostra vita sembri amara, c’è pur sempre questa vita altra, quella della bellezza, e con essa nasce una nuova speranza. Quando sono (a) Venezia amo perdermi nel labirinto d’acqua, proprio per ricordarmi che, tra il tempo e la bellezza, è la seconda a vincere: che una cosa bella sia una gioia per sempre non è un verso poetico di John Keats ma un programma politico per chi dimentica che, mentre il futuro è sempre ignoto, la bellezza è un presente eterno e garantito.

Se temiamo che il granello della nostra esistenza si perda nel mare del tempo, Venezia è la cura, perché lì, proprio quello scorrere diventa la materia dell’opera d’arte, e non il suo disfacimento. Venezia vince il tempo «sposandolo» (il doge sposa il mare ogni anno) perché, se le sue fondamenta liquide ci ricordano che siamo in balia del tempo, la sua bellezza ci confida il segreto per fare di questa cattività un’arte. Ma l’alta marea degli ultimi giorni – Paese benedetto, il nostro, che cura solo in stato d’emergenza – ci dice che la Bellezza è sì gratuita, ma va custodita. Paese pieno, il nostro, di opere incompiute, non sfortunato quindi, ma spesso persino complice. I 187 cm di aqua granda, come la chiamano i Veneziani, non sono una novità: 194 cm a novembre 1966, 166 a dicembre 1979, 156 a dicembre 2008, 151 a novembre 1951, 147 a novembre 2002, 145 a ottobre 1960 e a dicembre 2009, 144 a novembre del 1968, del 2000, del 2010… Niente di nuovo, eppure dimentichiamo. Paese tanto graziato dalla bellezza quanto disgraziato nell’incuria dei suoi doni. Ma vocazioni e talenti non custoditi, a scuola o in città, si pagano sempre: con la loro fine. I terremoti del centro Italia, il disastro del ponte di Genova, la mareggiata a Venezia… tutti eventi di fronte ai quali ci mostriamo impreparati, come un alunno che non ha studiato e finge d’aver dimenticato di scrivere i compiti sul diario. Paese benedetto, che si vuole bene quando c’è costretto, che costruisce male e custodisce peggio. Ma ogni opera è a immagine di chi la compie, nel grande come nel piccolo: se non so prendermi cura di un ragazzo a scuola non saprò prendermi cura della città fuori da scuola. Paese benedetto, soffocato dall’interesse di parte e di partito che Dante, già sette secoli fa, diceva essere la sua malattia e la sua paralisi: «le città d’Italia tutte piene / son di tiranni, e un Marcel diventa / ogne villan che parteggiando viene» (Purgatorio VI, 123-126). Il poeta sapeva che le crisi materiali hanno radici spirituali e morali, e che occorre curare le radici, non i frutti.

L’alta marea, che minaccia Venezia come nuova Atlantide, è il Tempo che ci ricorda quanto è fragile la Bellezza ereditata. Lo sa chi ha a che fare con bambini, adolescenti, rose, cristalli come quelli di Venezia, e tutto ciò che è raro. È un privilegio ereditare cose rare: ti insegnano ad amare. E ne abbiamo bisogno per ricordare che pubblico (mezzo, parco, edificio…) è sinonimo di «casa» e non «di nessuno». Questo lo si impara in famiglia e a scuola, purché in famiglia e a scuola si dia alla parola cultura il senso che ha sin dall’origine latina (colere): prendersi cura. È la stessa radice di culto: la cura del sacro. Perso il senso del sacro, cioè di ciò che non è disponibile a possesso e consumo, si smarriscono cura e cultura. Il senso del sacro matura nel ricevere e custodire la bellezza, senza la quale disimpariamo a prenderci cura di cose e persone. Brodskij scrive che«si è ciò che si guarda: la credenza medioevale secondo cui una donna incinta doveva guardare solo cose belle per avere un bel bambino non è così ingenua, se si considera la qualità dei sogni che si fanno in questa città». Paese benedetto, che non guardi le tue cose belle e le trascuri, e se si rompono ti disprezzi, non sogni più e confondi declino con destino… se guardassi Venezia, saresti Venezia.

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